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In questo articolo:
Anarchismo in giardino
Da un paio d’anni nel giardino punk circolano i discorsi di una certa corrente politico-filosofica. Ci abbiamo girato intorno, senza legarci a quello che all’inizio era una curiosità ancora da esplorare. Finchè, un articolo alla volta, un’esperienza di movimento alla volta, una discussione e un libro alla volta, abbiamo scoperto che l’anarchismo aveva attecchito. Non solo un’aiuola tra le altre nel giardino, l’anarchismo e l’anarchia1 ci sembrano oggi l’humus da cui crescono tutte le nostre riflessioni e le nostre pratiche.
Come tutto nel giardino, è impossibile dire dove inizia un discorso e finisce un altro, cos’è tessuto connettivo e cos’è ossatura, cosa sono struttura e sovrastruttura. Tutto è rizoma, ife e radici intrecciate, e non possiamo separare l‘ecologismo dalla dissidentificazione o l‘antispecismo dalle tecnologie. Pure, facendo un passo indietro e strizzando gli occhi, vediamo emergere un’immagine complessiva che ha sempre di più le fattezze di una forma di anarchismo. Per questo ci diciamo, affermando tutto e niente allo stesso tempo, che siamo anarchichɜ.
È una posizione scomoda. Figliɜ degli ultimi anni del secolo scorso, ci rivolgiamo a una corrente politica che, a essere generosɜ, ha abbandonato la ribalta della Storia quasi cent’anni fa. Assurdo, ricondurre tutto quello di cui ci occupiamo al solo termine “anarchico” (ecologismo anarchico, queer anarchico, critica anarchica…), come se ognuno di questi campi fosse privato dell’autonomia che merita (come peraltro fa un certo marxismo, abilissimo nel ricondurre ogni questione contemporanea al perfetto paragrafo dei Grundrisse).
Armatɜ di teoria queer e “necessità che la lotta sia intersezionale”, a lungo abbiamo ritenuto superfluo inserirci in una corrente politica. Legarsi a qualsiasi corrente politica è un gesto parziale: in positivo è situarsi, esplicitare i nostri riferimenti e il nostro sguardo; in negativo è limitare la nostra possibilità di cambiamento. Eppure indefinitɜ, spesso siamo solɜ in un paesaggio politico in cui non abbiamo complici. Da un lato il comunismo marxista, inaccettabile se non in opposizione al realismo capitalista e (neo)liberale; dall’altro le alte elaborazioni radicali postmoderne che però non sembrano portare avanti veri interessi nè creare alternative.
Incontrare la storia, il pensiero e le pratiche anarchiche è stata una svolta. Non ci ha liberatɜ dalle delusioni degli spazi politici reali, ma ha dato un senso e una destinazione a tutto il castello di carte della critica contemporanea. Ci ha indicato altrɜ, per quanto lontanɜ nel tempo o nello spazio, che condividono il nostro percorso; ci ha permesso di rendere leggibile la lotta che portiamo avanti e dare un nome, pure vago, alla nostra meta: l’anarchia.
Tra questa schiera di compagnɜ ideali ci sono lavoratorɜ in sciopero nella Spagna degli anni Venti, ma anche complottisti e antisemiti (tipo Bakunin), cioè persone radicalmente diverse da noi, con problemi e visioni radicalmente diverse dalle nostre. Eppure è possibile per noi ricreare una genealogia di pensieri e lotte in cui ci riconosciamo completamente, con qualche punto fermo, qualche ideale incrollabile, ma nutrita anche dalle infinite differenze che abitano l’anarchismo. Qui le differenze che non sono accidenti accettati, ma il cuore stesso della corrente. Come questo sia possibile è il bandolo che abbiamo cercato (e perlopiù trovato) nel testo Anarchism and political modernity di Nathan Jun.
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Anarchismo e modernità
La modernità politica è l’acqua ideologica in cui sguazziamo da almeno tre secoli (per alcunɜ anche quattro o cinque) e in cui, come i proverbiali pesci, non sappiamo di essere immersɜ. Un’acqua che l’anarchismo rifiuta decisamente:
[L]’anarchismo si è definito fin dall’inizio in opposizione alla modernità – non lanciando sguardi Romantici a un passato premoderno, ma cercando qualcosa di nuovo, qualcosa che sia distinto-da, che esista al di fuori di, o si muova tutto insieme oltre la modernità. In questo senso è giustamente chiamato il primo movimento filosofico e politico2 “postmoderno”.3
La posizione di Jun contraddice il pensiero più comune nelle scienze politiche che distingue anarchismo e “anarchismo postmoderno” o post-anarchismo. Autori come May, Call e Newman, nel «disfarsi del positivismo con tutte le sue certezze filosofiche intorno alla scienza, alla storia, al progresso», e nell’abbandonare «la posizione classista e rivoluzionaria avanzata dalla gran parte dei movimenti anarchici e social-comunisti nei paesi del primo mondo» (nelle parole di Pietro Adamo) avrebbero infatti rappresentato erroneamente il pensiero anarchico “classico”. L’anarchismo per Jun è sempre stato postmoderno (o meglio, il postmodernismo è anarchico): il suo progetto si oppone al «nocciolo politico-filosofico della modernità[, che è] la rappresentazione – la pratica generica di dire alle persone chi sono, cosa dovrebbero volere e così via».
Prendiamo ad esempio la scuola, dove tutto, inclusa la disposizione dei corpi nello spazio, è votato al raggiungimento di un obiettivo di apprendimento esterno (sapere le tabelline). L’anarchismo, nella lettura di Jun, non è quel pensiero che promuove modalità libertarie di apprendimento; è il pensiero che mette in luce come le modalità gerarchiche limitino od ostino le capacità dellɜ alunnɜ di auto-determinarsi come singolɜ e gruppo e che solo dopo, credendo nel valore fondamentale di questa capacità, cerca il modo di renderla possibile in quel contesto.
Al centro del discorso anarchico non c’è la proposta di pratiche specifiche più “giuste”, ad esempio i processi decisionali orizzontali. Invece l’anarchismo analizza gli effetti della coercizione, sottolinea quanto renda impossibile lo sviluppo libero e associato delle persone, e solo in secondo luogo, afferma il valore etico della libertà sociale4 in senso ampio attraverso la ricerca e la sperimentazione di alternative alla coercizione nei vari contesti.
Il valore della libertà sociale ha la forma di un assunto etico, non di una verità scientifica; scegliere le alternative alla coercizione non è un processo di ricerca della verità, di un meglio normativo, necessario. In questo senso l’anarchismo è anche anti-scientifico: non rifiuta l’utilità della pratica scientifica, ma rifiuta il portato normativo delle risposte a cui la scienza approda e la loro capacità di passare dal reame del “corretto” a quello del “giusto” sociale.
Controintuitivamente, per Jun l’anarchismo non è una corrente politica che teorizza la necessità di opporsi a coercizione e dominio, ma che più profondamente si oppone alla normatività, all’idea di definire ciò che dovrebbe essere o come qualcosa dovrebbe essere in riferimento a un’autorità esterna (Dio, lo Stato, il decoro, la natura, la scienza….) affermando il valore del processo di auto-creazione o auto-trasformazione di individui e gruppi.
La politica moderna come rappresentazione
Per spiegare la postmodernità dell’anarchismo è necessario approfondire la caratteristica della politica moderna identificata da Jun. La “rappresentazione” (assegnare alle persone chi sono e cosa dovrebbero volere, che potremmo anche chimare “eterodeterminazione”) è comune a tutto il pensiero politico da Aristotele al liberalismo, fino – e qui ci sono i dissapori – al marxismo. Per quanto riguarda il liberalismo e tutti i suoi antenati, come il giusnaturalismo illuminista, le Idee con la I maiuscola (Libertà, Uguaglianza, Umanità, Progresso, Civiltà…), poste al di fuori delle condizioni di vita concrete delle persone, sono usate per giustificare le ingiustizie che subiscono, dal lavoro salariato alla colonizzazione.
Per quanto riguarda il socialismo, il discorso si fa più complicato. Come scrive Jun, esistono diverse fasi e diverse concezioni del socialismo (escludiamo per ora l’anarchismo), rivoluzionarie o meno, stataliste, marxiste… In generale possiamo attribuire al socialismo l’idea che le condizioni materiali vissute dalle persone non si diano in rapporto a qualche loro caratteristica innata o capacità, ma che al contrario siano le condizioni materiali a determinare le caratteristiche delle persone – da cui la condanna del capitalismo e dell’alienazione che produce nel proletariato. Il punto è quindi creare le condizioni che rendano possibile l’espressione massima delle capacità umane, come nel comunismo fine-della-storia teorizzato da Marx. Restano però valori o processi indipendenti dal contesto (la coscienza di classe, i meccanismi del materialismo storico…) sulla cui base vengono proposte soluzioni estranee ai problemi che risolvono (il comunismo sta al di fuori del processo storico che ha termine con esso); qui si esprime il carattere moderno del pensiero tanto liberale quanto socialista.5
La critica della rappresentazione raggiunge una dimensione ontologica, arrivando a definirla una modalità generale dello sguardo moderno:
In ogni caso, ciò che viene rappresentato è una molteplicità di differenze – di cose e persone, di beni e interessi, di desideri ed esperienze, e così via. La rappresentazione opera, quindi, sussumendo queste innumerevoli differenze in un’identità totalizzante, omogenea. Esperienze particolari di particolari piante legnose sono sussunte nel concetto di “albero”. Singoli esseri umani sono sussunti nel concetto di “umanità”. Gli svariati interessi di singolɜ cittadinɜ sono sussunti nel concetto di “volontà generale” o “bene comune”, e così via. Rappresentare, in breve, è relegare la differenza all’uguale.
Il meccanismo moderno si basa quindi sulla creazione di una soggettività astratta che si pone di fronte al mondo e se lo rappresenta nella mente tramite concetti puri, ripuliti dalle contraddizioni e delle contingenze materiali. Poi, con un movimento inverso, li sovrappone al mondo reale e cerca di risolvere le contraddizioni che emergono.6
Anarchismo e postmodernità
L’anarchismo è post-moderno (o anti-moderno) perché fa esplodere il processo della rappresentazione, lo rende impossibile decostruendolo con la critica e con la pratica.
Innanzitutto l’anarchismo non si presenta come una “dottrina”, un’idea slegata dal suo divenire storico e dai modi in cui effettivamente è stato teorizzato e praticato. Non esiste un testo fondante dell’anarchismo, né un autore che se ne attribuisca la paternità, non è «un insieme di idee uniforme, coerente, comprensivo, finito e internamente consistente; un insieme di dottrine; un corpo teorico». Il divenire dell’anarchismo non può essere fissato in nessun momento, persona, testo, e non può dunque partecipare al meccanismo della rappresentazione (aspetto che lo rende anche difficilmente accessibile).
Anche l’idea, comune pure a moltɜ anarchichɜ, che l’anarchismo sia essenzialmente la teoria politica che si oppone allo stato e al suo dominio è, secondo Jun, una reductio ad politicum, una limitazione della portata del pensiero anarchico. Per Jun, infatti, comune a tutto l’anarchismo non è un’opposizione al dominio solo nelle forme politiche, quanto: a) «la condanna e l’opposizione universale a tutte le forme di autorità coercitiva e chiusa (politica, economica, sociale ecc.); insieme a b) l’affermazione e la promozione universale della libertà e dell’uguaglianza in tutte le sfere dell’esistenza umana».
Le due parti, la critica del potere e la proposta etica, sono entrambe necessarie, e in questo risiede un’altra uscita dal moderno. Ciò che dovrebbe essere non può essere desunto dalla nostra interpretazione di ciò che è, non possiamo fingere che la nostra proposta sia solo frutto di un ragionamento spassionato, scientifico7. Dobbiamo gettarci nella mischia “con tutte le scarpe”, e avere il coraggio di affermare un principio etico la cui ragione profonda potrebbe essere storica o biografica, potrebbe sfuggirci o non esistere del tutto.
Scegliamo la libertà sociale come principio etico, non intesa come Libertà generica, ma come processo specifico, immanente, vincolato alle condizioni materiali. Di più, le condizioni materiali da sole non implicano più o meno libertà, ma alcune condizioni materiali la rendono a vari livelli impossibile (ad esempio la schiavitù). In un contesto socio-materiale che la rende possibile, la libertà non si ha a priori, nè si può ottenere una volta per tutte: è un processo sempre in divenire, legato alle relazioni di potere, che si esprime in infiniti modi; è data dal fatto stesso di esprimerla, è nel modo in cui viene agita.
Detto altrimenti, non è sufficiente istituire un’economia socialista per liberare lɜ lavoratorɜ; solo un continuo esercizio di quella libertà individuale e collettiva, nei singoli sforzi di auto-organizzazione, può essere quello che anarchicamente chiamiamo libertà.
Anche il valore etico che attribuiamo a questa sfuggente libertà è scivoloso, poichè rischia di sovrastare noi stessɜ, i nostri desideri o, più facilmente, lɜ altrɜ. L’etica può scapparci di mano fissandosi in qualche idea-oggetto fuori di noi. Ci può dividere sull’ammissibilità di una decisione per maggioranza, perdendo di vista il fatto che quella modalità decisionale è condivisa da tutte le persone che vi partecipano.
Il principio etico anarchico si deve quindi applicare a sé stesso in modo ricorsivo, dissidentificandosi dal proprio assunto morale in un processo che non ha soluzione, se non la creazione di «identità individuali e collettive che sono abbastanza fluide da permettere il cambiamento, abbastanza flessibili da adattarsi efficacemente alla crescita e allo sviluppo, e abbastanza prudenti da affrontare i conflitti in modi che minimizzino il danno e promuovano la felicità e il benessere di tuttɜ». Anche l’etica anarchica, divenuta norma condivisa, deve essere adattabile, «categorica senza essere trascendente», detto altrimenti, deve essere un po’ goffa e un po’ ironica, con una buona consapevolezza emotiva. Un’etica, non una morale, cioè una guida alla vita, e anche piuttosto pratica, non un valore assoluto. Di leggi ce n’è già abbastanza.
In ultimo, e in parte uscendo dall’analisi di Jun, pensiamo che l’anarchismo sia postmoderno (o viceversa) anche perché non è postmoderno. La postmodernità non è una caratteristica intriseca dell’anarchismo, nel senso che non tutte le pratiche o i movimenti che vi partecipano devono sentirsi affini alla postmodernità, o rispecchiare fedelmente il carattere antinormativo dell’unione tra analisi razionale e scelta etica. Certamente alcunɜ autorɜ anarchichɜ hanno sempre rivendicato un posizionamento contrario alla modernità, ed è anche grazie al loro pensiero che le nostre poitiche queer e anti-identitarie possono sentirsi parte del più ampio arcipelago anarchico. Ma la postmodernità dell’anarchismo è anche nella sua irriducibile pluralità, nella sua tendenza a sfumare le dicotomie (pensiero/azione, singolo/collettività, mezzi/fini) e mantenere una coerenza nella contraddizione.
Anarchismo e vita
Tutto nel pensiero anarchico ci lega alla contingenza, al processo. Non esistono fughe in avanti, non esiste La Rivoluzione, non esiste Il Bene e lo stato non è la nostra nemesi. Siamo continuamente chiamatɜ in causa, dobbiamo partecipare e comprometterci. Dobbiamo avere la forza di darci una direzione, da solɜ e con lɜ altrɜ, e avere come unica giustificazione il sostenerci a vicenda, e come unica ricompensa una serie infinita di ostacoli da affrontare.
Così espresso, l’anarchismo sembra più un problema che una soluzione, un pensiero politico debole se non abietto. Ma se il queer antisociale ci ha insegnato qualcosa, è che nelle cose più sgradevoli possiamo trovare un’uscita, una differenza dal sistema che subiamo. E invece l’antispecismo ci ha insegnato che il linguaggio ha i suoi limiti, e possiamo anche farci guidare dal piacere dell’anarchia e dal senso di comprensione che l’anarchismo ci dà. Piacere e comprensione, ma anche sete di vita, di quella vita che non ha scopo se non quello che si prefigge, e nessuna ricompensa se non il cercare di vivere e morire bene. Una sete di vita che noi anarchichɜ abbiamo sempre avuto:
[Il valore massimoper lɜ anarchichɜ] è la vita – la capacità dell’individuo sociale (e della società di individui liberamente associati) di essere differente, di cambiare, muoversi, trasformarsi, e creare. [… ] Allo stesso tempo, non so se la considererebbero con un “valore intrinseco”, se per questo intendiamo che il valore della vita si ottiene indipendentemente dalle sue relazioni con altre cose, o che in qualche modo si debba dare valore alla vita di per sé stessa. Per lɜ anarchichɜ non ha alcun senso parlare della vita in questo modo, visto che per sua stessa natura la vita è relazionale e dinamica. Non c’è dubbio, comunque, che lɜ anarchichɜ credano che la vita sia degna di essere protetta, perseguita e promossa. E per quanto riguarda la domanda di come mai sia così, la risposta di Bakunin è che «solo un accademico sarebbe così tedioso da chiederlo».
Note
- Per anarchismo intendiamo il movimento socialista libertario, nell’insieme delle sue pratiche, formulazioni teoriche e vicissitudini storiche. L’anarchia, ovvero l’assenza di coercizione, è il suo obiettivo[↩]
- Per chi volesse aggiungere un’altra definizione di politico all’infinita lista, Jun ne offre una abbastanza interessante:[L]a politica [politics] è una fisica sociale – un’influenza reciproca tra relazioni di potere. “Il politico” [the political], per estensione, è una categoria puramente descrittiva che si riferisce a: a) i vari modi in cui le relazioni di potere influenzano e sono influenzate da altre relazioni di potere, b) le condizioni di possibilità di queste influenze, e c) le condizioni di possibilità per le formazioni sociali che le relazioni di potere producono.”[↩]
- Tutte le traduzioni dal testo sono nostre[↩]
- Con Jun, diciamo libertà sociale per distanziarci dall’idea liberale di libertà di un individuo teorico e senza caratteristiche specifiche. La libertà sociale non è un principio, ma la condizione di un gruppo in cui l’autodeterminazione di ognunə, umanə e non (cioè la sua libertà personale) è sostenuta vicendevolmente.[↩]
- Questo nonostante il materialismo di Marx e di una parte del marxismo si avvicini alla concezione anarchica postmoderna di cui parliamo.[↩]
- Per un esempio formale, leggi la critica del gene di Jean-Jacques Kupiec.[↩]
- Jun scrive: «il semplice fatto che le persone non abbiano un obbligo morale a obbedire all’autorità non fornisce di per sé alcuna ragione per […] preferire l’anarchia (lo stato d’essere senza queste autorità). Infatti, potrebbero esserci tutto un insieme di ragioni non morali per cui le autorità coercitive sarebbero un bene da mantenere»[↩]
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