Verboso
Abbiamo iniziato a scrivere questa nota a margine nel gennaio del 2025. Tra visioni, revisioni, pause e allontanamenti, pubblichiamo la versione di ottobre 2025, scritta (metaforicamente) mentre eravamo in piazza per la liberazione della Palestina. Oggi niente è cambiato da quel punto di vista e, a nostro parere, neanche nel merito di questo libro. Anzi, se è possibile è diventato ancora più attuale.
Stamattina ho letto un post che invita lɜ militanti a tenere duro e non scoraggiarsi una volta che le grandi mobilitazioni di questi giorni si saranno riassorbite. Perché inevitabilmente è quello che succederà: le piazze si svuoteranno, la Palestina sarà gestita da chi la deve gestire passando per la diplomazia internazionale, e chi prima militava continuerà a militare, e chi prima non militava riprenderà a non farlo, chiudendo uno dei molti brevi capitoli in cui ci è sembrato che la politica la potessimo fare pure noi.
La questione di Ripartire dal desiderio di Elisa Cuter si colloca esattamente qua: perché militiamo se in fondo ci fa stare male? Detta in modo più anarchico: esiste, e se sì dov’è, una coerenza tra mezzi e fini? Se il mondo che voglio è fatto per starci bene, perché la strada per averlo è così insostenibilmente faticosa, solitaria e inutile? Se devo sacrificare ogni piacere, direbbe qualcuna, forse non è la mia rivoluzione…
Ripartire dal desiderio è un libro che usa gli strumenti della critica dei cultural/gender/queer studies con un fine (e un finale) esplicitamente marxista. Riassumo vergognosamente: un presupposto di Cuter è la cosiddetta “femminilizzazione della società” operata dal capitalismo contemporaneo. In una prospettiva post-operaista, in cui il capitale si sviluppa proprio a partire dalla resistenza che opponiamo al capitale, Cuter legge una traiettoria del sistema che si modifica per ovviare alle lotte del lavoro. Una delle soluzioni che il capitale trova è una femminilizzazione della forza lavoro che, lungi dall’essere positiva per i nostri scopi, ha l’obbiettivo di estendere le qualità tradizionalmente femminili di docilità e autodisciplina all’intera classe lavoratrice.
Il fatto che ora ci troviamo in una fase in cui le «qualità» femminili sono richieste dal mercato ci parla di una società che ha assunto le caratteristiche che erano state storicamente imposte alla parte di società subordinata: quella femminile. Per questo non necessariamente il processo di femminilizzazione è una buona notizia.
[…]
Quali sarebbero le conseguenze profonde di una femminilizzazione del mondo? Un ribaltamento delle dinamiche di potere, certo, perché le donne erano da sempre meglio addestrate a vendersi, a esercitare il potere persuasivo che vediamo all’opera qui (perché era l’unico di cui disponevano). Ma un ribaltamento che in quanto tale lascia sostanzialmente immutato un sistema fondato sul dominio dei pochi e l’oppressione dei molti. Anzi, un sistema che ha diffuso in quasi tutti, indipendentemente dal genere, questa sensazione di essere sostanzialmente impotenti.
Si tratta di una descrizione di questa fase storica molto sintetica ma purtroppo accurata, se pensiamo alla sistematica implosione di ogni tipo di ribellione pubblica e di ogni movimento radicale negli ultimi decenni. Se ci limitiamo al discorso di genere, si capisce allora come mai imperversi una retorica vittimista, che cerca di politicizzare proprio questo senso di impotenza percepita, che viene abbracciata indifferentemente da donne (si pensi al ‘#metoo) e da uomini (spaventati, minacciati, rancorosi, gelosi, si pensi al femminicidio e agli incel). Gli esiti sono opposti, conformemente alla divisione tra i generi che perdura, e che porta gli uomini a estroflettere la loro sofferenza in violenza. Ma la percezione di impotenza alla base è la stessa.
Non si può quindi neanche parlare di un’unica coscienza di classe. Sebbene la classe sia unica, la coscienza che la forza lavoro ha, al di là del concetto stesso di classe, è più complessa e specifica, e dipende da altre caratteristiche tra cui il genere. Ma allo stesso tempo, ci ricorda Cuter, la matrice dell’oppressione è la sessa, ed è a tutti gli effetti una matrice di classe.
Come spiega Giovanni Arrighi, dal punto di vista del capitale, fattori come l’identità di genere, la nazionalità o l’etnia sono del tutto indifferenti. «L’unica cosa che conta per il capitale è la possibilità dello sfruttamento. Da questo non segue però che i vari gruppi all’interno della classe lavoratrice accetteranno di buon grado questo fatto. Anzi, è proprio nel momento in cui aumenta e si generalizza la proletarizzazione che mobiliteranno qualunque differenza di status per ottenere un trattamento di favore da parte dei capitalisti. Mobiliteranno differenze di genere, nazionali, etniche e così via, per ottenere un trattamento privilegiato all’interno del capitale».
Contro la politica delle briciole, insomma, o come dicevamo in un incontro con Cristian Lo Iacono, contro quell’idea per cui il nostro obiettivo politico è essere “categoria protetta”, da includere in una lista di persone bisognose di protezione statale, e che hanno perciò il diritto di accedere alle limitate risorse di cui lo stato dispone. Una dinamica che in ecologia politica si chiama recognition justice, e che wikipedia definisce così:
Recognition justice is a theory of social justice that emphasizes the recognition of human dignity and of difference between subaltern groups and the dominant society. Social philosophers Axel Honneth and Nancy Fraser point to a 21st-century shift in theories of justice away from distributive justice (which emphasises the elimination of economic inequalities) toward recognition justice and the eliminating of humiliation and disrespect. The shift toward recognition justice is associated with the rise of identity politics. (Recognition Justice)
Detto altrimenti: guardiamoci bene, intima Cuter, da tutto quel femminismo che vede nel riconoscimento della differenza, nelle politiche della visibilità e delle “quote” il suo obiettivo sociale e politico. L’unico obiettivo del capitale è estrarre valore dal lavoro, delle specificità dei lavoratori non gli importa niente – se non, come nel caso della femminilizzazione, quando può sfruttarle a suo favore per estrarre ancora più valore. Chiama a mettere da parte le identity politics e compiere quella che mi sembra una forma di Dissidentificazione:
Se mettiamo tra parentesi il discorso delle responsabilità individuali, possiamo provare a capire la polarizzazione di genere contemporanea da un punto di vista sistemico, e individuarne una causa storica, che è proprio quella della messa a valore del femminile da parte del capitale, nuovo attore fondamentale nel nostro mondo tardocapitalista.
Vedere e riconoscere la femminilizzazione, ossia il modo in cui il capitale incoraggia e premia tutto quel lavoro su di sé (emotivo e non) che tradizionalmente le donne sono state chiamate a fare per essere apprezzare (dove “prezzate” precede la compravendita) dagli uomini, chiama in causa anche la nostra esperienza personale.
Si rivendica una differenza che non si vuole eliminare, e la si va a fondare in quello che è l’esatto opposto della differenza, ovvero l’identità, reiterando quell’appartenenza al genere che De Beauvoir indica come una gabbia.
[…]
Oggi però la particolare sindrome di Stoccolma che quella ondata si era impegnata a decostruire non è scomparsa, anzi, si applica a tutti gli ambiti: vuoi essere «scelto» da un partner, e vuoi esercitare una professione non solo perché ti servono i soldi per mangiare, ma perché ne va del tuo valore come essere umano.
[…]
il dramma, con queste istruzioni così confuse e opposte su come adeguarsi allo sguardo altrui, è che io, come donna, non voglio trasgredire, voglio conformarmi a queste regole per-ché voglio essere desiderata, ma non so come fare!
[… il] peso spropositato che questi condizionamenti assumono nello sviluppo della soggettività femminile. Il punto (e il problema) è che non è detto che il desiderio femminile sia quello di sbarazzarsene. I nostri desideri non nascono nel vuoto, sono frutto della società e delle relazioni in cui viviamo,
Torniamo quindi al punto del titolo: ripartire dal desiderio, dove il desiderio però non è affatto quella strada lineare e liberatoria che il queer freudo-marxista immaginava. “I nostri desideri non nascono nel vuoto, sono frutto della società e delle relazioni in cui viviamo”, e questa società è capitalista e patriarcale. Non è sufficiente parlare di falsa coscienza (come insegna James Scott), la dinamica del desiderio è complessa, non sempre è moralmente giusta, anzi perlopiù e amorale, e una politica che chiama alla moralità parla (forse) alla nostra coscienza cattolica, ma non di certo al nostro desiderio.
Il desiderio però è precisamente quella cosa che lega la nostra soggettività al mondo fuori, da cui è condizionato (ed è per questo che allo stesso tempo può ribaltarne le sorti).
Una politica che si opponga all’oppressione non può basarsi essa stessa sull’autodisciplina, la moralità, un’idea di ciò-che-è-giusto-fare, ma deve ripartire da quel meccanismo un po’ oscuro e inquietante che è il desiderio, «precisamente quella cosa che lega la nostra soggettività al mondo fuori, da cui è condizionato (ed è per questo che allo stesso tempo può ribaltarne le sorti)».
Il primo problema allora è che spesso la politica diventa morale, autocolpevolizzante per i nostri privilegi, o autoassolvente per i nostri sacrifici. Diventa fondamentale smascherare l’insostenibilità di quell’umanismo disinteressato di certa sinistra, ed elaborare un modo di fare politica che non ci rimandi al senso del dovere – già appannaggio del capitalismo che ci lascia senza forze – ma sul desiderio intrinseco in ciò che facciamo (Su questa linea i Sette mantra per l’olismo politico di Simone Robutti). Aiutare lɜ altrɜ? Sì, forse, ma non perché siamo brave persone. Aiutare lɜ altrɜ quando c’è anche qualcosa per noi, un desiderio che ci spinge verso lɜ altrɜ.
Quello in cui un sistema di potere che privilegiava alcuni, ma che funzionava per tutti, improvvisamente si inceppa, lasciandoci di fronte alla necessità urgente di una costituzione soggettiva che parta non da un’autoimposizione morale (o moralista) ma dal desiderio.
Ripartire dal desiderio vuol dire anche scoprire aspetti che non ci fanno onore (per esempio che del genocidio palestinese non ce ne frega niente, o che preferiamo la festa alle assemblee), e in generale tutti dei lati antisociali con cui è molto difficile fare la politica dell’etica e del giusto. È un po’ come svelare l’aggressività, l’orrore e l’immoralità insite in certe nostre sessualità, BDSM o meno, il gusto dello sbagliato, la ricerca che ne facciamo.
Riconoscere che il personale è politico, come ci ha insegnato il femminismo, invece, vuol dire ammettere […] che quello che facciamo in camera da letto ha il potenziale di distruggere ogni nostra convinzione politica illuminata e ogni nostro dogma umanista, e viceversa che non c’è niente di quello che facciamo a letto che non ci siamo portati da fuori, dal mondo della società in cui veniamo al mondo e cresciamo.
Mi ricorda un discorso che mi faceva P., un amico anarchico individualista. A lui, cercava di spiegarmi, non interessa aiutare la generalità delle persone, con gli esseri umani non sente alcun legame, lɜ altrɜ in astratto per lui non significano niente. Sono invece quellɜ a cui è legato, con cui sente di avere una connessione, poche persone per cui è disposto a mettersi profondamente in gioco. Ma per egoismo, se così vogliamo dire, e certamente non per carità (che è poi quello che sostiene anche il Comitato Invisibile).
Oggi si dà la situazione in cui il cambiamento strutturale (la Rivoluzione, la chiama qualcunx) ci è necessaria per aiutare noi stessɜ e le persone a cui siamo legatɜ a vivere meglio. È una prospettiva diversa, sicuramente parziale, sicuramente rischiosa in alcune sue declinazioni (l’ho detto molte volte e spesso lo ripeto: gli strumenti sono senz’altro diversi, gli obiettivi pure, ma penso che l’associazione tutta giuridica tra criminalità organizzata e comunità anarchiche non sia poi cosi peregrina come sembra – e lo dico avendo tutto l’interesse a fare divergere nettamente le due cose).
Credo comunque che una politica che richiami all’etica e alla responsabilità possa essere meglio di niente in alcuni casi. Ad esempio quando dobbiamo recuperare la consapevolezza che con le nostre azioni agiamo sul (e nel) mondo, o la consapevolezza che il nostro desiderio è in primis nel (e del) sistema economico. Credo che un primo passo nel politico possa essere fatto anche così, e credo di averlo fatto proprio così, in prima persona. Ma poi gli strumenti cambieranno, e raggiunta la chiarezza di una necessità politica e di uno iato intrinseco tra il nostro desiderio e i nostri valori, è necessario andare avanti.
Critiche e chiarificazioni
Va da sé che Ripartire dal desiderio non è un libro semplice. A complicare ancora di più le cose ci sono altri de aspetti.
Che cos’è sto desiderio??
Non si è capito, o perlomeno io non l’ho capito. Cuter descrive la solita forza oscura e strabiliante che ci guida come il demone di Socrate. Personalmente faccio fatica a credere a questa rappresentazione, e mi fido di più della pratica dell’autoconsapevolezza (che non vuol dire guidare il desiderio, ma imparare a osservarlo. Ema annota: la consapevolezza emotiva sta nel seguire i nostri desideri mutevoli e rinnovarli costantemente senza pensare che il desiderio coincida con ciò che lo suscita, ma col fatto che il desiderio è un processo.)
Questa confusione sul desiderio è abbastanza endemica: siamo comunque in un regime che del desiderio, e delle emozioni in generale, non sa parlare. Anche le più violente attrazioni e repulsioni (come quella per la morte) vanno neutralizzate prima di essere condivise, la rappresentazione è troppo importante. Lo abbiamo visto, per dirne una. con le politiche liberali sui froci, che sono perlopiù politiche per una migliore rappresentazione del desiderio cosiddetto omosessuale. Ma una migliore rappresentazione nel capitalismo non equivale a una soluzione al problema della norma, e cioè che quella rappresentazione è fatta per essere disciplinante. Cuter in una frase molto efficace:
E quindi: vorrei vedere più sangue rosso, più peli nelle pubblicità? No, vorrei vedere meno pubblicità.
Curioso, per una persona che scrive un libro sul desiderio, che questa si una delle poche frasi in cui Cuter dice espressamente cosa vuole in forma positiva. Arriviamo al secondo aspetto.
Dov’è la pars construstruens??
Di Cuter mi ha colpito l’antipatia, francamente. La sua postura è critica nei confronti di ogni posizione politica esistente. Non le piace letteralmente niente, e non ha buone parole per dirlo. Assomiglia a quelle modalità che hanno certi autori del queer antisociale, che è perfino difficile trovare condivisibili tanta è la potenza e la schiettezza con cui sono esposte.
Ecco, come nel queer antisociale, anche in Ripartire dal desiderio manca completamente una proposta politica positiva. Tanta complessità, ma manca quella pars constuens che è stata il motore e il rovello dei nostri pensieri politici. Immagino che ripartire dal desiderio sia anche qualcosa che dobbiamo imparare concretamente a fare, insieme e ognunə per sé, anche per capire come farlo. Come desideriamo, tanto per cominciare, e cosa desideriamo.
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